ilNapolista

Un poliziotto in servizio racconta l’inferno e l’inefficienza di sabato: «Assurdo che si parli solo della trattativa»

(Abbiamo aspettato le dieci di sera per pubblicare questo articolo apparso stamattina aul Mattino. È la testimonianza di un agente in servizio sabato. Racconto agghiacciante che svela la disorganizzazione della polizia)

Di botte ne ha prese e ne ha date tante. In oltre venti anni di trincea ne ha viste di tutti i colori, faccia a faccia con tifosi e black block, immigrati e antagonisti. Ma quello che è accaduto sabato a Roma per lui ha dell’incredibile. È la cronaca di una tragedia annunciata, frutto di approssimazione nella gestione dell’ordine pubblico o della sottovalutazione dei problemi legati all’afflusso dei tifosi. Prova a raccontare la sua verità, con l’occhio del poliziotto esperto, tre giorni dopo la guerriglia fuori dallo stadio Olimpico, mentre si prepara a un’altra giornata di lavoro in vista della partita del Napoli col Cagliari, che per fortuna non porterà problemi. Luigi, lo chiameremo così, sabato era a Roma, ha visto di tutto, il sangue, gli assalti ai mezzi della polizia, “Gastone” privo di sensi e la sua pistola ancora insanguinata e col colpo in canna. Ma non solo. Ha visto i tifosi del Napoli sfondare i tornelli, ha visto colleghi presi a bastonate e steward massacrati di botte. Non ci sta Luigi, «non è possibile che l’immagine di quella giornata di follia sia quella di Genny ‘a carogna sul recinto del terreno di gioco. Non è giusto che si parli di una trattativa con i tifosi per decidere se giocare o meno la partita. Nessuno parla dei due colleghi della squadra mobile di Roma massacrati di botte e bastonate, gravemente feriti e ricoverati in ospedale. Nessuno ha parlato del collega della Digos romana finito in ospedale o della funzionaria che piangeva e chiedeva aiuto. Ma quale trattativa tra Stato e tifosi, qui si è solo cercato di evitare una strage». C’è tanta rabbia nel volto e nelle parole di Luigi. E allora, proviamo a raccontarla quella giornata. «Siamo partiti da Napoli in cento, sveglia all’alba e in marcia alle 8 e 30 direzione la Capitale. Strada facendo abbiamo appreso che dovevamo portarci non allo stadio Olimpico ma a Tor Sapienza, dove, ci hanno detto, c’era una manifestazione del movimento Action, per il diritto alla casa. E già questo ci è sembrato strano. In tanti anni abbiamo imparato che quando ci sono eventi particolarmente importanti, come può essere una finale di coppa, non si autorizza in contemporanea un’altra manifestazione, depistando personale delle forze dell’ordine. Per questo in quaranta siamo stati dirottati verso Tor Sapienza. Già intorno alle 13, però, abbiamo cominciato a sentire dalle comunicazioni radio che c’era qualcosa che non andava. Pochi uomini nei pressi dell’Olimpico, i funzionari in servizio chiedevano dove fossero i reparti mobili per controllare l’afflusso dei tifosi che cominciavano a raggiungere la zona dello stadio. E già nel primo pomeriggio sentivamo alla radio che si registravano le prime scaramucce tra tifosi». E quindi siete andati verso lo stadio? «Macché, siamo rimasti a Tor Sapienza fino alle 17 circa. A un tratto abbiamo sentito alla radio di servizio che la funzionaria, l’unica presente tra lo stadio, Saxa Rubra e Tor di Quinto, sola col suo autista e basta, urlava che c’erano persone colpite d’arma da fuoco e che lei stessa era oggetto di attacchi da parte dei tifosi del Napoli». Luigi racconta che la funzionaria in questione, con ogni probabilità in forza alla Digos di Roma, era con l’autista a bordo della Fiat Punto con i colori d’istituto che si vede nelle immagini girate dall’elicottero della polizia mentre viene accerchiata dai tifosi. Quell’auto sarà completamente distrutta dalla furia dei tifosi. «In realtà – racconta ancora il poliziotto – in un primo momento tra i tifosi del Napoli si era diffusa la voce che fosse stato un nostro agente a sparare, per cui è iniziata subito la caccia al poliziotto e chiunque venisse identificato come un appartenente alle forze dell’ordine finiva nel mirino dei teppisti. L’unico obiettivo eravamo noi. A quel punto è partito l’ordine di confluire tutti vero Tor di Quinto dove c’è quel locale che credo si chiami Ciak. Ci siamo schierati ed ho visto il tifoso a terra ferito al petto. L’ambulanza ha impiegato una mezzora per arrivare sul posto. E già questo è grave, perché in situazioni come quelle i mezzi di soccorso dovrebbero stazionare nelle vicinanze». Ancora nessuno, però, sa chi abbia sparato. Le informazioni non circolano e le poche notizie che arrivano sono contraddittorie anche per i poliziotti in strada. Nessuno sa dire, in realtà, cosa stesse accadendo. «Solo dopo che arriva l’ambulanza e porta via Ciro Esposito i tifosi del Napoli vengono verso di noi e ci indicano che lo sparatore si trovava all’interno del Ciak. Ci siamo subito diretti verso il luogo indicato e abbiamo trovato a terra l’uomo, privo di sensi, pensavamo fosse morto. In un primo momento non abbiamo visto la pistola, poi è stata recuperata all’interno di un vaso dove una signora che lavorava nel locale l’aveva nascosta. Era insanguinata, ancora col colpo in canna ma, come si dice in gergo, aperta, come se fosse inceppata». Si ferma nel racconto, Luigi e a denti stretti ripete: «Assurdo!». Ma la ricostruzione di quel pomeriggio d’inferno non è finita. «Il tifoso della Roma era a terra, il volto gonfio, sembrava morto, si vedevano le ossa delle gambe, le fratture esposte, hanno provato ad ucciderlo, i napoletani hanno capito che era stato lui a sparare ed hanno fatto di tutto per ucciderlo. Ad un tratto si è ripreso, ha aperto gli occhi ed ha cominciato ad urlare, fin quando non sono arrivati i soccorritori». Fino a questo momento non è ancora chiaro cosa abbia acceso la miccia. Solo dopo si comincerà a ricostruire l’accaduto. «A Tor di Quinto c’erano i bus dei tifosi napoletani in fila che sono stati colpiti da pietre, bombe carta ed altro da teppisti col volto coperto. E non c’era un poliziotto, lasciati completamente soli, eppure quello era punto di ritrovo dei tifosi napoletani, doveva essere un luogo sicuro e, soprattutto, presidiato». Possibile che non ci fosse nessuno? «Nessuno. Anche a Saxa Rubra, dove erano confluiti migliaia di napoletani, c’erano solo una ventina di uomini in divisa, poco personale rispetto alla mole di persone». E come la spiega una cosa del genere? «Non so, posso pensare solo che sia stato sottovalutato l’evento. I problemi, infatti, si sono registrati anche ai tornelli dello stadio. Lì c’era solo personale in borghese della questura di Roma e gli steward. Il cordone è stato sfondato, come pure i tornelli e vari colleghi e personale di servizio sono stati feriti. E la cosa incredibile è che non circolavano informazioni, non si sapeva cosa stesse accadendo. Non sapevamo delle condizioni del tifoso, non sapevamo se la partita si sarebbe giocata. In tanti ci chiedevano notizie, non sapevamo cosa dire e la tensione saliva». Ed all’interno dello stadio? «Non è entrato personale in divisa, quelli che si vedono nelle immagini con Hamsik sono colleghi napoletani, della Digos e del commissariato San Paolo, abituati ad avere a che fare coi capi tifosi e conoscitori dei gruppi. Non hanno fatto altro che riferire che il tifoso non era morto, tutto qui. Nessuna trattativa». E, infine, la rabbia di Luigi: «Sentire, poi, che il problema di quella giornata è che alcuni colleghi abbiano parlato col capo tifoso è vergognoso. Che un ragazzo è stato colpito al petto, che non ci fosse polizia a sufficienza, che l’ambulanza è arrivata in ritardo, che colleghi sono in ospedale con le ossa rotte passa in secondo piano». Scuote la testa Luigi e si allontana. Tra due ore si ricomincia.
Maurizio Capozzo (Il Mattino del 7 maggio)

ilnapolista © riproduzione riservata