Hanno ridotto Argentina-Inghilterra a una partita d’odio, invece è una rivalità romantica
Il Guardian scrive di "una strana e repressa affinità. E' la più grande e romantica rivalità calcistica, non una faida di sangue"

2SXANFE Diego Maradona Hand of God - Photo Alamy
Sì, la guerra, la cultura, l’impero, il nazionalismo, la memoria collettiva, il ruolo delle regole e del diritto nella costruzione di una società. Certo. Ma hanno ridotto Argentina-Inghilterra ad una partita d’odio storico, caricandola – quasi tutte le analisi che da giorni si rincorrono – dello stesso significato un po’ semplicistico. Quando invece, scrive la raffinata penna di Jonathan Liew sul Guardian, la semifinale del Mondiale di stasera è molto di più. C’è “un fascino reciproco che il tempo sembra aver intensificato anziché attenuato”, “un sentimento molto più complesso dell’odio, molto più sfumato della repulsione tribale: un rapporto dialogico definito non solo dalla distanza e dalla differenza, ma da una strana e a lungo repressa affinità. No, non abbiamo più cose in comune di quelle che ci dividono. Ma la prima ci aiuta a spiegare la seconda”.
L’Argentina è il figlio sudamericano della Gran Bretagna
Liew ricorda che “a differenza del Brasile, che nell’immaginario britannico rappresentava un paradiso esotico e sensoriale immerso nella giungla, l’Argentina è stata cresciuta come una sorta di figlio fedele, il “sesto dominion” dell’impero. Dai toponimi ai nomi delle strade, dai club di rugby e polo fondati dall’élite coloniale alla cultura della ” merienda “, derivata dal tè pomeridiano inglese. L’unica filiale estera di Harrods si trovava a Buenos Aires dal 1912 al 1998. Gruppi rock inglesi come gli Smiths e i Cure sono di gran lunga più popolari in Argentina che in altri paesi di dimensioni simili. Nel calcio, ciò è evidente nei nomi dei club come Newell’s Old Boys, River Plate, Arsenal, così come in termini più informali come crack (un giocatore di punta) o orsai (fuorigioco). Per molti anni, le partite amatoriali iniziavano con un grido di aurieli (are you ready?) da un capitano all’altro”.

E poi “la squadra di quartiere come espressione della tradizione locale, il ruolo del canto e dei viaggi di massa all’estero come rituali di aggregazione, la preponderanza di temi bellici e militari”. E sì, ci sono le Malvinas, in mezzo alla storia. E gli scontri d’avvicinamento che tutti in questi giorni – soprattutto la stampa inglese – ha riesumato dall’aneddotica dei Mondiali e non solo. “Se l’Argentina era stata un tempo la squadra prediletta, forse la reazione virulenta al suo successivo declino risiedeva in una sorta di viscerale delusione”, scrive ancora Liew.
Una sfida pura perché rara

Ma la singolarità di questa sfida sta nel fatto che “mentre la maggior parte delle rivalità sportive finisce per essere mercificata e schiacciata dalla macchina capitalista del Grande Sport, questa in qualche modo è rimasta pura grazie alla sua rarità. I due paesi non si affrontano in una competizione ufficiale dal 2002 e, per una cultura calcistica così importante, l’influenza argentina sul calcio inglese rimane modesta. Abbiamo avuto Ossie Ardiles e Sergio Agüero, ma mai Gabriel Batistuta o Juan Román Riquelme, Mauricio Pochettino, ma mai Diego Simeone, e ovviamente mai i due più grandi di tutti, Lionel Messi e Diego Maradona, che persino nell’era della saturazione ci appaiono ancora in qualche modo distanti e misteriosi, un segreto di cui non siamo mai stati completamente messi al corrente”.
Insomma: “Troppo diversi e distanti per essere amici; troppo intrecciati e simili per essere semplicemente nemici; non uno scontro tra pari puri né una semplice parabola di colonizzatore contro colonizzato. Forse è per questo che Argentina contro Inghilterra può a buon diritto essere considerata la più grande e romantica rivalità calcistica, meno una faida di sangue e più una burrascosa rottura durata un secolo. Al di là degli scontri e delle tensioni, si cela qualcosa di più profondo. Mostrare i denti potrebbe essere un segno di rispetto: un’ammirazione condivisa e illecita, forse persino un amore che non osa pronunciare il proprio nome”.