Un po’ da tutti si sente dire e si vede scritto che il bipede napoletano è genialissimo. A giudicare da qualche attore, si dovrebbe concludere che sì. Le dirò tuttavia, comandante, che gli eccessivi elogi tributati ai napoletani mi hanno insospettito dal primo momento in cui ne ho conosciuto qualche esemplare. Forse perché sono nato povero, dopo qualche anno che il mio paese padano aveva incominciato a esistere socialmente. (…)
Vedendo Napoli, comandante, mi sono un poco adirato di notare che era “scontata”, e che dovevo la delusione alle troppe cartoline illustrate, perfino alle scatole di un cacao piemontese. Fuor dall’atmosfera per tricromie, a due passi dal mare, il grigiore ossessivo della miseria: e la rassegnazione atavica dei napoletani che indignava in me il populista che sono sempre stato (non per degnazione, comandante, bensì per nascita).
Nonché infastidirmi per i trucchi di cui sovente ero vittima, i napoletani producevano in me profondissima tristezza e solidarietà umana. I loro occhi, più antichi e desolati dei miei, sapevano di privazioni e di stenti, di furberie disperate, di umiliazioni continue di fronte alla vita.
Ben presto ebbi il sospetto, tuttora vivo in me, che ai poveri napoletani si rivolgessero mille e un elogio gratuito per gabbarli. Noti, comandante, che io non sono di quegli italiani che auspicano seriosamente lo scavo di un canale divisorio a sud di Siena. Ho studiato abbastanza per capire che l’unione nazionale, perfezionata con la conquista del Sud, ha assicurato alle Regioni del Nord un buon mercato per le loro industrie. Che poi l’Italia unita presenti il quasi comico paradosso di un Paese governato politicamente dalle proprie colonie economiche, questo non mi riguarda. io so che vendere una casseruola lombarda a Canicattì è soltanto possibile perché i nostri governanti – meridionali per il 90 per cento – ci proteggono con alti dazi dalle casseruole tedesche o inglesi, che costerebbero forse la metà delle nostre. So pure che quelle casseruole sono di difficile logorio nelle cucine meridionali. E non disgiungo affatto, nei napoletani, la facile resa al sentimento dal difficile logorio delle casseruole.
Noi raccontiamo pietose frottole alla povera gente, comandante. Dovremmo essere più sinceri. Diciamo di volerle dar pane e la distraiamo di proposito anticipandole i circensi. Non so quanta pasta abbia prodigato Lei ai napoletani in vista delle elezioni (dicono molta): so per certo che ha dato loro anche una squadra di calcio, e che tutti hanno contribuito (per adulazione e demagogia) a ingigantire le ambizioni di quella squadra. (1-continua)
Gianni Brera (27 novembre 1961, dalla rubrica l’Arcimatto del Guerin Sportivo)