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Se i fuoriclasse belgi non valgono Giaccherini, vuoi vedere che ha ragione De Laurentiis?

Se i fuoriclasse belgi non valgono Giaccherini, vuoi vedere che ha ragione De Laurentiis?

L’esaltante notte europea, oltre ai tre punti e ai consensi per l’italian style calcistico che poi sarebbe una versione più umana del catenaccio di paron Nereo, ha portato acqua al mulino assetato di De Laurentiis il quale da sempre predica, ed attua fin troppo scrupolosamente, prudenza nella scelta dei giocatori da acquistare. «Andiamoci piano» replica puntualmente il presidente al popolo abilmente montato dalle emittenti che impazzano a tutte le ore e chiedono un acquisto al giorno purché sia a moltissimi zeri. I fatti, almeno quelli che abbiamo visto ieri notte, sembrano dare abbondantemente ragione alla politica dello staff azzurro improntata ad una rigorosa valutazione dei “prospetti” – ora si chiamano così i giocatori corteggiati – invocati dalla piazza. Tanto per essere chiari, gli strillatissimi Witsel, Fellaini, Lukaku, Carrasco e Vertonghen hanno mostrato di essere certamente giocatori di sicuro affidamento ma, tutto sommato, di non valere, nei loro ruoli, il nostro Giaccherini che paragonato a loro diventa Giaccherinho con tanto di “h” calcisticamente nobile né tanto meno i titolarissmi azzurri. È una riflessione che non definirei marginale perché dimostra che la curva impazzita dei prezzi del mercato dipende da variabili poco attendibili che si sgonfiano alla prova del campionato. O dei meeting internazionali. Sotto questo profilo una vetrina come il campionato europeo potrebbe contribuire a riportare un minimo di credibilità ad un settore che dalla legge Bosman in poi è dominato dalla volontà dei giocatori e, di conseguenza, dei procuratori che hanno cambiato le regole di un gioco che,al contrario, deve restare il più possibile fedele alle antiche tavole.

Alle corte, come deve comportasi, di conseguenza, una società che, come il Napoli, ha bisogno di adeguare l’organico al nuovo ranking? In prima istanza deve spazzare via il sospetto, anche questo abilmente costruito, che i calciatori buoni non gradiscono trasferirsi a Napoli. Ce lo trasciniamo sul groppone dal gran rifiuto di Paolo Rossi, ma quello fu un “no” giustificato dalla modestia della squadra e successivamente cancellato: basta vedere quanti e quali giocatori sono passati da Fuorigrotta per convenirne. Ha ragione allora Salvatore Bagni che imputa i rifiuti al timore di non giocare perché Sarri non ama rinunciare ai suoi titolari? Sarebbe questa la preoccupazione che avrebbe spinto Zielinsky e Vrsaljko a preferire Liverpool e Atletico Madrid, anche se Napoli oggi non è più una piazza calcisticamente periferica. Non ancora all’altezza dell’Atletico, ma più o meno al livello del Liverpool.

A chi prestare ascolto, allora? L’unica è affidarsi al buon senso, al fiuto e alla capacità di piombare come falchi sulla preda scelta. Usava così al tempo del mitico segretario della Salernitana d’antan, Somma, amico di Gipo Viani e capace di farsi valere al supermercato dell’hotel Gallia pur offrendo merce non certo di primissima scelta e così deve essere anche ai giorni nostri dominati da una competitività feroce. In materia le scuole di pensiero della Juventus e del Napoli sono certamente le più praticabili: Marotta è bravissimo, in forza di una organizzazione di certo più raffinata rispetto alla media delle altre big, a pescare tra i giocatori in scadenza di contratto, ma De Laurentiis replica: non funziona, prendi gente al limite della carriera (Dani Alves è l’ultimo caso) alla quale devi anche garantire un ingaggio molto elevato. Meglio, quindi, campioni non ancora affermati che poi plasmi a tua immagine e somiglianza: sembra l’uovo di Colombo a patto, però, che chi acquista si muova con agilità più felina non con la flemma di un gattone che fa le fusa ma non si smuove dalla poltrona. Come in molte circostanze è capitato agli scout azzurri che si sono visti passare sotto il naso campioni di sicuro affidamento (Nainggolan e Strootman, ma anche altri) con i quali aveva stretto rapporti (quasi) vincolanti. È qui che il patron scelto da Fiorello come editorialista del suo telegiornale passa dalla ragione al torto. Ma lui finge di non capirlo.

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