Una riflessione sulle nostre abitudini: Twitter ci permette di vedere prima i momenti salienti, non siamo in grado di rimanere concentrati per tutti i 90 minuti.

Un pezzo sul senso del calcio moderno, sulla rivoluzione televisiva e delle nostre abitudini, dai social in giù. Una riflessione con opinione, che legge in qualche modo il nostro essere tifosi al giorno d’oggi. Lo firma Paul Hayward sul Telegraph, e parla soprattutto di rivoluzione calcistico-televisiva: «Nel 2004, le stelle della Premier League erano tutte giovani, gli stadi erano stati riammodernati da poco, e la televisione ha cambiato completamente il modo di coprire il campionato».
Il senso di questo pezzo parte dalle notizie sull’audience del football in tv: il pubblico della Premier è diminuito del 19%, quello della Champions addirittura del 40%. Per Hayward, incide sicuramente il fatto che «allontanarsi da uno sport in cui la gente può guadagnare 100mila sterline a settimana è quasi un punto d’onore». Anche perché, aggiunge, «i costi da sostenere per guardare il calcio in tv non sono minimi, anzi».
Da qui, però, parte un’analisi sullo spettacolo che il calcio riesce a offrire al giorno d’oggi, dalla durata fino alle squadre in campo. La domanda, ovviamente, è retorica: «Le persone hanno il tempo al giorno d’oggi per guardare intere partite di 90 minuti? Sì, gli ultimi dati possono essere in qualche modo distorti dalla presenza dello streaming illegale, le Olimpiadi di Rio, ci sono cambiamenti della moda e dell’intrattenimento (si noti come molte persone, in questi giorni, sostengano di non avere alcuna voglia di sedersi per 90 minuti e gustarsi Hull City contro West Brom). Ma mi permetto anche di dire che la nostra cultura della distrazione è responsabile, perché le persone che decidono di seguire il calcio lo fanno senza guardare realmente le partite».
È anche un problema di diffusione, comunque. O meglio, di diversa diffusione: in molti, sostiene Hayward, sono a conoscenza dei dettagli della partita ma non della partita in senso assoluto: hanno visto una gif su Twitter, un fuorigioco sbagliato, un gol in una clip. Insomma, tutto è cambiato: «In molti dovrebbero ammettere che guardano la partita mentre giocherellano con un dispositivo touch. La rivoluzione televisiva aveva messo la Premier sul suo piedistallo, oggi la rivoluzione della comunicazione minaccia la nostra capacità di tenere la nostra concentrazione fissa per lunghi tratti di tempo. Non è una questione solo calcistica, ovviamente, ma il calcio ha esasperato questa situazione: aumentare il numero di partite trasmesse in televisione, tipo il venerdì sera con la Premier, mina la tensione drammatica».
Insomma, il calcio sta pagando una rivoluzione che ha avviato lui stesso, e che costa tantissimo: «i broadcaster hanno pagato circa 10 milioni per ciascuna partita di Premier League». Questo è il senso del calcio di oggi. Che piaccia o meno, lo dice pure il Telegraph mentre si interroga sul futuro di questo sport.