Sarri ha tanti meriti, ma la squadra la fece Rafa. Al club serve una figura che riprenda il suo discorso. Meglio un altro che lui, per motivi di quieto vivere.

Un’altra strada
Si rincorrono da qualche giorno le voci su un possibile, clamoroso (perché inatteso, non pronosticabile) ritorno a Napoli di Rafa Benitez. Ci siamo interrogati su questa possibilità, a livello “concettuale”, più che puramente tecnico. Ovvero: non parliamo tanto di Benitez (francamente il suo ritorno ci farebbe ripiombare in una guerriglia civile di cui faremmo volentieri a meno), quanto della figura che lui rappresenta: un manager, prettamente all’inglese, in grado di riaggiornare il software del Napoli sul mercato internazionale. In grado di ri-costruire il Napoli, come fece Rafa cinque anni fa.
Sarri
Le certezze costruite da Sarri nel suo triennio sono state essenzialmente tattiche. Tanto di cappello al tecnico toscano, in grado di mettere insieme una squadra dal gioco spettacolare e redditizio, fino a vette (di estetica e di risultati) toccate poco o mai dai suoi predecessori. Chi parla di integralismo non interpreta bene il significato di questo termine: Sarri è effettivamente un integralista, ma un integralista di campo, ovvero “piega” l’intera esperienza del club alle esigenze tattiche, i suoi risultati passano da una certa interpretazione del gioco – tra l’altro più elastica di quanto si pensi, basta riavvolgere il nastro delle ultime stagioni e vedere quanto sia cambiato il Napoli -, i calciatori sono valorizzati attraverso il loro contributo a questo modello. E chi non è adatto resta indietro, o comunque non va avanti come i titolari.
Si tratta di un approccio che genera risultati? Sì, per il Napoli la terza qualificazione consecutiva in Champions è un record assoluto.
Si tratta di un modello perfettamente aderente alla condizione economica e tecnica del Napoli? No, perché un club come il Napoli ha bisogno di un ricambio quasi continuo di calciatori per poter rimanere competitivo. Per poter aspirare ad esserlo di più. Non è “colpa di Sarri” se il Napoli non ha vinto e probabilmente non vincerà lo scudetto, ma è vero pure che il suo lavoro è stato fondato su una squadra costruita al e con il “mercato di Benitez”. È stato Benitez a far varcare le colonne d’Ercole al Napoli. Ad aprirgli nuovi mondi. E il punto su cui sembra voler investire De Laurentiis è proprio questo.
Giocatori
Ne ha scritto Il Mattino oggi, parlando di valorizzazione della rosa. Ne abbiamo scritto noi sopra, ma il punto sta anche nella costruzione della rosa. Per dirla in maniera semplice, e per fare distanze e confronti: a gennaio del 2014 e a giugno del 2017, il Napoli aveva bisogno di un laterale basso a sinistra. Sono arrivati Ghoulam e Mario Rui, dal Saint-Etienne e dall’Empoli, ed entrambi si sono rivelati perfetti per le esigenze della squadra. Il discorso è diverso per le esigenze del club: Ghoulam ci è stato comprato in un modo e ora sarà rivenduto in un altro, nel caso in cui il Napoli decidesse di cederlo; Mario Rui, invece, difficilmente potrà ambire a un livello superiore.
Neanche questo è “colpa di Sarri”, però l’esperienza con i vari Maksimovic, Rog, Pavoletti e Ounas è indicativa da questo punto di vista. Con Zielinski e Hysaj il discorso è diverso, parliamo di calciatori già istruiti rispetto al modello di gioco (vedi sopra), ma – soprattutto nel caso del polacco – anche di qualità superiore. Ripetiamo ancora: non è “colpa di Sarri”, ma Sarri orienta certe scelte. E se non si possono prendere i Toni Kroos, il tecnico toscano sceglie calciatori all’interno di uno spazio delimitato e quindi limitato. Come nel caso di Verdi/Politano, almeno per come ci è stato raccontato. L’orizzonte di Sarri, da questo punto di vista, è decisamente più ristretto.
Un allenatore come Benitez (ripetiamo, non necessariamente Benitez) ha un’impostazione diversa rispetto a questa dinamica di mercato e di sviluppo del club. Ha un’area di riferimento più ampia, perché allargata rispetto alla dimensione del Napoli. Non che Sarri non conosca il calcio internazionale, anzi. Ma cambia tanto a livello di rete e rapporti, come di esigenze tattiche: la scelta è più vasta e le restrizioni sono inferiori.
Appeal
Da qui, il discorso sull’appetibilità del Napoli sul mercato internazionale. Con maggiori possibilità e prospettive di turn over, la squadra azzurra diventerebbe più “ambita” per i calciatori targettizzabili, ovvero quelli con uno stipendio non elevatissimo, ancora sostenibile. Non per forza giovani da lanciare, ma anche i Callejon, gli Albiol o gli Higuain di oggi. Un giro veloce per i big team tanto per capire di cosa parliamo: qualora Zidane impazzisse e decidesse di cedere Kovacic, oppure il Tottenham volesse disfarsi del coreano Seon o di Wanyama, il Napoli potrebbe diventare un’opzione validissima. Non che non lo sia per Sarri, ma il Napoli può permettersi “un solo” Zielinski e “un solo” Diawara in panchina. Già con Maksimovic la cosa è stata diversa, e infatti il difensore serbo è allo Spartak Mosca. In prestito.
Quindi, tornando al primo discorso. Il Napoli sta pensando a una soluzione del genere perché sente di aver bisogno di un altro tentativo “forte” sul calcio internazionale. Inteso come gestione del club in riferimento al campo, perché Sarri è stato ed è estremamente europeo per quanto riguarda la proposta di gioco. Non solo per i risultati, ma per la stessa salute del club, tema sottovalutatissimo nell’ambiente Napoli. L’azienda Napoli va salvaguardata, è la base di tutto. In tanti, troppi, fanno finta di non rendersene conto. Il Napoli ha bisogno di vendere i giocatori che sono stati valorizzati e acquistare giocatori da valorizzare. Non è il modello Udinese, è il il modello Borussia Dortmund. Persino il modello Liverpool, vista la cessione di Coutinho a stagione in corso.
Il Napoli non può più permettersi un allenatore – sia pur bravissimo – che di fatto osteggi questa politica. È giusto, sacrosanto, che Sarri segua le proprie ambizioni. Se lo merita. Ma il Napoli non può suicidarsi. Il passaggio da Mazzarri a Benitez si rivelò fondamentale per il Napoli. Del resto, change to improve è da sempre il modello del Napoli. E ha portato ad uno scudetto quasi vinto, che è stato davvero un obiettivo. Grande merito di Sarri, ci mancherebbe. Ma non solo.