Il presidente ha visto qualcosa che non gli è piaciuto. E, come accadde con Benitez, ha dato soddisfazione alla piazza. Nei momenti di difficoltà, è meno visionario e più novecentesco

Ascoltare Aurelio De Laurentiis citare Angelo Massimino («manca l’amalgama», con tutte le differenze del caso), è un momento solenne. Il presidente ha deciso di portare la squadra in ritiro fino a domenica prossima. Sancendo di fatto l’esistenza di un momento di difficoltà, se non di crisi. Proprio pochi giorni dopo aver dichiarato battaglia al Palazzo. E ha confermato – come già accaduto altre volte, una in particolare – che quando sente puzza di bruciato, rientra nel Novecento e si piega alla liturgia del calcio. Quella liturgia da lui profondamente e giustamente avversata quando si scaglia contro il vecchiume del mondo pallonaro.
Avevamo scritto ieri che un virus c’era, De Laurentiis ha individuato l’antibiotico. È difficile stabilire se abbia fatto bene o male. Per arrivare a questa decisione, il presidente deve aver visto qualcosa che non gli è piaciuto. Non siamo alla città tentacolare di beniteziana memoria: è quello il precedente. Ma ci sono similitudini. Su tutte: l’insofferenza della piazza per l’allenatore.
Allora, in una città che mal tollerava l’allenatore spagnolo (‘o chiattone) che adesso i più incensano, il Napoli venne eliminato in Coppa Italia dalla Lazio. E De Laurentiis, con un grande colpo di teatro, portò dalla sua l’ambiente che gridava allo scarso impegno. Quella sera, Adl parlò di città tentacolare, di calciatori che non resistevano alle tentazioni. E il pensiero andò a Gonzalo Higuain. Va detto che dopo quel ritiro il Napoli sconfisse la Fiorentina e vinse a Wolfsburg 4-1 in una serata memorabile. E che a fine stagione, Rafa salutò.
Stavolta il problema non è la città tentacolare. Il punto è l’intermittenza del Napoli. Sono atteggiamenti che al presidente non piacciono, che provocano rumorosi smottamenti della piazza. E che si sono protratti fino ai primi di novembre. Il presidente ha cercato di indorare la pillola il più possibile. Ha parlato di ritiro costruttivo e non punitivo. E ha detto, come sempre gli accade, quel che pensa e cioè che c’è qualcosa che non torna nel gruppo. Qualcosa che poi si riverbera in atteggiamenti inaccettabili in campo, come quelli visti domenica all’Olimpico. Va anche detto che, se errore c’è stato, è stato commesso a monte. Ed è stato commesso principalmente da lui. L’addio di Sarri ha segnato la fine di un ciclo, del resto lo disse anche l’attuale tecnico della Juventus (anche se tanti fanno finta di dimenticarlo). De Laurentiis ha sposato l’idea di una rivoluzione dolce, graduale. Che ovviamente ha i suoi vantaggi e i suoi svantaggi. Se ci sono resistenze interne, bisogna farci i conti, saperle gestire, favorire l’amalgama appunto. Quantomeno bisogna siglare un armistizio.
La compattezza del gruppo, diciamolo, è un altro mito del calcio. Come in ogni luogo di lavoro, ci sono contrasti, antipatie, insofferenze. Si può vincere anche senza rivolgersi la parola. Di esempi simili ne è piena la storia del calcio, senza dover obbligatoriamente scomodare la Lazio del 74 dove addirittura sparavano e avevano spogliatoi separati. Pochi anni fa, Allegri in un’intervista disse che negli spogliatoi della Juventus nessuno parlava con nessuno, avevano tutti le cuffie in testa.
Quattro anni e mezzo dopo, ci sono comunque affinità tra Benitez e Ancelotti. I due, seppur distanti, hanno in comune una visione europea del calcio. Anche il Napoli di Ancelotti, giusto per fare un esempio, è in città considerata una squadra atleticamente insufficiente, mentre ad esempio a Milano è definito un club che si basa su una preparazione all’avanguardia. Da noi ci si basa sui chilometri percorsi, ed è inutile provare a fare discorsi diversi. Sarebbe una perdita di tempo. Anche stavolta il presidente ha intercettato l’umore dell’ambiente. È come se De Laurentiis avesse l’ambizione di creare una squadra dal respiro europeo, ma poi nei momenti più o meno critici non trova di meglio che tornare al “mazza e panella” che tanto piace al pueblo. Quando invece si ritrova un allenatore che piace al popolo, va in cerca di un respiro europeo.
Di certo la decisione di De Laurentiis ha segnato la prima distanza tra sé e Ancelotti. Un rapporto che è filato via liscio per circa quindici mesi, al di là di fisiologiche differenze di vedute, e che proprio poche settimane fa ha visto il presidente scendere prepotentemente in campo per difendere l’allenatore. Che pochi giorni fa ha visto i due protagonisti dell’attacco al Palazzo dopo l’arbitraggio di Napoli-Atalanta. Sul ritiro, però, hanno idee diverse. Ancelotti, come al solito, ha sintetizzato al meglio: «Non sono d’accordo, è una scelta della società. Ciascuno svolge il proprio ruolo. Ma nulla cambia nel rapporto tra me e lui». Non cambierà nulla, forse, ma resta una tappa da ricordare. Una frattura.
Il Napoli sta disputando un campionato al di sotto delle aspettative, non c’è dubbio. Ma se domani sera dovesse battere il Salisburgo (in realtà neanche un pareggio sarebbe da disdegnare), raggiungerebbe gli ottavi di Champions con due turni di anticipo. Mai successo prima. E gli ottavi sono stati raggiunti soltanto altre due volte nella storia del club. E alle porte dell’obiettivo il Napoli ci è arrivato battendo il Liverpool e il Salisburgo senza andare in ritiro.
Altri potrebbero ricordare, invece, che nel ritiro di Vietri sul Mare nacque realmente il Napoli di Maradona. Ma si era a cavallo tra il 1984 e il 1985. C’era la lira, Craxi al governo e Ancelotti giocava nella Roma.