Intervista a Maldera, match analyst della Nazionale ucraina: «Il modo di impostare ha cambiato quello di difendere. C’è più coraggio in fase di non possesso»

Il calcio sta vivendo un momento di evoluzione e noi ci siamo totalmente calati dentro. L’abbandono del catenaccio e le idee di un gioco offensivo si stanno diffondendo a qualsiasi latitudine del nostro paese, anche dove per le possibilità tecniche non si sarebbe mai pensato di interpretare le partite in un certo modo. Con Andrea Maldera, allenatore e match analyst della nazionale ucraina, abbiamo ricostruito il percorso e le prospettive del cambiamento.
Oggi si difende in un modo diverso, è vero?
«Sì, ormai una pura difesa di reparto sono in pochi a praticarla. Anche se a mio modo di vedere si può mantenere comunque una certa aggressività, come si vedeva nel Napoli di Sarri.»
Come se lo spiega?
«C’è più coraggio in fase di non possesso. Fino a poco tempo fa, c’era la convinzione che si dovesse difendere sempre in superiorità numerica, ora invece si accettano i duelli individuali. Anche per questo si vedono molti più gol, dopotutto l’uno contro uno a tutto campo espone a dei rischi importanti. D’altronde, questo si collega ad una tendenza sempre più forte nel modo di attaccare, dove si costruisce dal portiere.»
In pratica, il modo di attaccare ha cambiato il modo di difendere.
«Esatto. Per intenderci: se una squadra non imposta dal basso, una difesa individuale potrebbe rivelarsi inutile perché non c’è il tempo materiale di impostarla dopo un lancio lungo. A quel punto è decisamente meglio avere maggiore densità nella zona della palla.»
Ricorda un po’ un calcio d’altri tempi, quando gli accoppiamenti in marcatura si facevano col numero di maglia.
«Per certi versi è così, ad esempio il Milan rompe molto la linea dei difensori che escono forti sull’avversario e lo seguono anche senza la palla. Per altri però no, perché un tempo le neopromosse non avevano l’organizzazione di gioco che ha lo Spezia, per citarne una, ma preferivano un altro tipo di interpretazione. Il calcio in generale è cambiato profondamente: si vedono sistemi di gioco diversi a seconda delle fasi, i difensori sono i giocatori che toccano più palloni, i terzini spingono come ali. Mio zio Aldo su quest’ultimo aspetto fu un precursore.»
Non c’è, quindi, un’interpretazione migliore?
«Dipende dai giocatori e dalle loro caratteristiche, non c’è un sistema prevalente. Giampaolo, che ha giocato per una vita col 4-3-1-2, ora ha cambiato: quindi non si ragiona per assetti giusti o sbagliati, ma efficaci. Saper cambiare è un gesto di grande intelligenza. Peraltro, marcare a uomo non è sempre un vantaggio, specialmente in area di rigore: una minima trattenuta può generare un rigore in epoca di VAR e un contromovimento fatto bene può bruciare una marcatura.»
Se dovesse scegliere dei riferimenti per le due scuole di pensiero, chi indicherebbe?
«Per la difesa di reparto direi Sarri nella versione napoletana, perché alla Juve c’è stata qualche difficoltà. Nella difesa a uomo mi piace molto il Milan attuale perché non è estremo, Pioli è stato bravo a dare duttilità nella scelta del giocatore per fargli capire quando è meglio essere aggressivi e quando invece è preferibile occupare uno spazio.»
Ha lavorato al Milan, oggi invece è all’Ucraina. Il peso differente delle partite tra club e nazionali influisce anche nella preparazione delle gare?
«Assolutamente sì, a partire dalla scelta dei giocatori. In nazionale si punta su chi sta meglio in quel preciso momento, che magari non è necessariamente il più bravo. Nel club si monitora tutto in modo più accurato, la nazionale costringe a fare scelte immediate. Specialmente in quei contesti, come il nostro, dove la mancanza di Malinovskyi, per dirne uno, si fa sentire parecchio. L’Italia invece se non ha Immobile può schierare Belotti, un giocatore altrettanto valido. Poi c’è l’aspetto strategico: in campionato cambia l’approccio se si gioca alla prima o alla 35esima giornata. In nazionale è come se fossero tutte partite della terzultima. La strategia è predominante, perciò si vede poca tattica, salvo i casi in cui c’è un’identità ben definita.»
Ad esempio?
«La Spagna è sempre la stessa da sempre: 4-3-3, esterni ampi, tanto fraseggio. Gli interpreti cambiano, ma c’è sempre una cultura riconoscibile. L’identità resta invariata, che la alleni Luis Enrique o un altro commissario tecnico. Poi ci sono le squadre che si affidano di più alla qualità del singolo, come la Francia: il loro calcio è molto efficace per l’enorme valore dei giocatori, potrebbe vincere praticando qualsiasi tipo di gioco.»
Nonostante un certo processo di internazionalizzazione, crede che siano ancora intatte le prerogative dei vari campionati? La Liga spettacolare e poco difensiva, la Premier League dai ritmi intensi…
«È vero che ogni paese ha un vero e proprio retaggio culturale. L’Italia ha una corrente di pensiero che va al di là del calcio, ma che affonda radici proprio nel sociale. Come se stessimo parlando di arte e letteratura. Noi siamo bravi a fare un po’ di tutto, non eccelliamo in qualcosa di specifico. Nella Nazionale di Mancini si vede bene: pratica un calcio moderno, da grande squadra, ma se c’è da mettersi in dieci dentro l’area di rigore lo sa fare. La Spagna potrebbe fare lo stesso? Quello che sanno mettere in atto, lo eseguono da 10, ma sul resto non sono così sicuro.»
Che significa oggi allenare una squadra di calcio ad alti livelli?
«Anche questo ruolo si è modificato. Già rispetto al 2009 quando ho cominciato io nello staff di Leonardo, è tutto diverso. Si devono gestire giocatori, collaboratori, le pressioni della stampa, la comunicazione. Ma ci sono dei valori assoluti che ho notato in molti tecnici con cui ho lavorato e che ritengo indispensabili: equilibrio, credibilità, sincerità. De Zerbi disse “i giocatori non vanno obbligati, ma convinti”. E una figura come Gattuso è sicuramente molto apprezzata per la chiarezza.»
Come ci descriverebbe gli allenatori con cui ha lavorato?
«In Leonardo si vedeva già l’impronta manageriale. Allegri è molto “italiano” per intelligenza e cultura. Inzaghi aveva la capacità di studiare ogni minimo particolare. Shevchenko è un leader assoluto, carismatico, credibile. Ma voglio dire qualcosa anche di Tassotti che, pur non avendo mai fatto il primo allenatore, ha un equilibrio straordinario. Di sicuro, chi allena a livello professionistico, ha sempre delle qualità importanti.»