Nei commenti tecnici il suo essere oscuro sembra quasi una diminutio. La domanda è: avete idea di cosa richieda il suo ruolo?

È da anni che mi ronza nell’orecchio, a modo di fastidioso “acufene”, l’espressione gergale calcistica più stupida che si possa legare alla prestazione di un giocatore di calcio: “è forte, anche se non è appariscente”, declinabile nelle sue più incredibili variabili del tipo “è forte, anche se non si vede molto durante la partita”, oppure “è forte, anche se fa giocate essenziali”, e così via nel più inutile e tortuoso cammino dell’idiozia che può caratterizzare l’analisi tecnica di un calciatore.
Ieri, dopo la partita dell’Italia, anzi dopo la partita di Jorginho, dopo aver sentito le solite cose espresse sul punto dalle “voci tecniche” confesso di aver fatto fatica a prendere sonno; il ronzio alle orecchie si è fatto insopportabile, e non sono riuscito a placarlo neanche al pensiero sarcastico che in questo paese le inchieste giornalistiche siano in mano a “Le iene”.
Insomma, più che consiglio, questa notte mi ha portato scompiglio.
Ragione per cui mi sono svegliato, questa mattina presto, con una tremenda voglia di andare ad approfondire il significato del verbo apparire, cercando di capire perché viene usato per contraddistinguere la bravura di un calciatore, quasi come se fosse un elemento distintivo della sua capacità e cifra tecnica, più che – come invece dovrebbe – della voglia di spettacolo circense da parte di chi assiste alla partita.
Su wikipedia, subito interpellato al riguardo (ad analisi semplici corrispondono “interlocutori” e strumenti di ricerca semplici), si danno le due definizioni di questo verbo che più mi hanno convinto a scrivere questo pezzo, che più mi hanno confermato quale sia lo stato confusione che regna sovrana nello spettatore “medio” (si badi bene che mi riferisco, prima ancora che al tifoso che guarda la partita, al giornalista ed alla “voce tecnica”, o presunta tale, che commenta la partita).
La prima definizione del verbo apparire è di chi si mostra alla vista; la seconda è di chi risulta, di chi emerge.
Eccola qui, la differenza concettuale da cui parte ed in cui finisce tutta la miseria dell’umano giudizio.
Nell’assurda gara di significato, ed anzi di “qualificazione” della bravura calcistica, per distacco ha vinto quella che più sembra il prodotto dell’umana attualità: ciò che fa attrarre e scaturire un giudizio positivo su un giocatore non perché risulta effettivamente capace, ma perché si mostra alla vista come tale, evidentemente sulla base dei parametri figli del tempo in cui il giudizio viene espresso.
Subito, quindi, il click del cervello è andato alla motivazione con cui si è cercato di far passare il concetto stesso di superlega: quello per cui, avendosi a che fare con una platea di adolescenti annoiati la cui attenzione può essere catturata solo attraverso una certa forma di spettacolarizzazione del gioco (ma invece il vero problema non era che le big hanno sperperato soldi nella corsa a vincere, ed ora non ne hanno più?), allora bisogna dare lo spettacolo che si richiede.
Ecco qui, dunque, che il calcio, uno sport di squadra capace di mostrarsi con le sue mille sfaccettature attraverso cui coglierne la meraviglia (dal tackle del difensore con cui si contrasta una giocata dell’attaccante, ad una sovrapposizione fatta da un compagno che scatta per 50 metri solo per dare una soluzione di giocata, più che per ricevere il pallone; da un corpo a corpo che finisce con un abbraccio tra avversari che ruzzolano per terra, ad una mischia in area di rigore prima di un calcio d’angolo, e così via), viene ridotto a dover rispondere, sempre e comunque, alla voglia di spettacolarizzazione necessaria – con ogni ragionevole probabilità – ad affogare nei fumi dell’eccitazione esistenze di persone annoiate dalla loro stessa quotidianità.
Non mi interessa immergermi nella solita banalizzazione della società dell’immagine e della supremazia dei social, in cui ciò che si afferma come vero non può che essere spettacolarizzato, ed anzi è vero ed attrattivo solo ciò che desta stupore (per violenza, immagine, e così via), perché questa è un’ode al più forte regista d’Europa, non un mini trattato sociologico che cerca di spiegare i motivi per cui l’analista tecnico “medio” non lo sa riconoscere.
Tuttavia, è forse proprio in questo tempo e per questo tempo, e cioè è forse in questo tipo di società che può ricavarsi il perché il concetto di apparire come bravo è definitivamente virato verso il mostrarsi alla vista come tale.
Cerchiamo spettacolo, anzi stupore continuo, e siamo diventati così dipendenti dall’adrenalina che questo produce da esserci dimenticati che l’arte e la capacità sportiva vanno valutate relativamente in funzione di ciò che si richiede rispetto al determinato ruolo che riveste il giocatore.
Eccolo qui lo sbocco naturale del discorso: un regista, nel gioco del calcio, deve risultare bravo o deve, più semplicemente, apparire bravo? E soprattutto, rispetto alle funzioni che il ruolo richiede quando un regista è bravo? Perché, in ogni caso, c’è sempre bisogno di accompagnarne il giudizio con un valore (o dis-valore) di apparenza, che invece non serve in alcun modo a qualificarne la prestazione e che addirittura ormai sconfina nella più banale appariscenza ?
Qui torniamo a Jorginho, a quello che, per inciso, si pensò potesse essere un “pacco” rifilato a Chelsea (me li ricordo ancora alcuni commenti dei tifosi del Napoli, del tipo: “non vale tutti quei soldi”) o quello che per taluni poteva giocare solo con Sarri, e cioè solo con quel sistema di gioco.
Ma allora, mi chiedo: ma lo vedete giocare?
Avete un’idea di cosa debba fare chi gioca nel suo ruolo?
Che opinione avete della vita e del calcio, se tutto, anche l’analisi della prestazione del regista, deve per forza tornare “a bomba” sull’apparenza?
Jorginho è molto di più di banali ed inutili opinioni su ciò che è e su ciò che appare.
Jorginho è LA postura con cui riceve il pallone, che gli consente senza alcuna possibilità di contrapposizione avversaria di prepararsi ed eseguire la giocata già pensata due secondi prima di ricevere il passaggio dal compagno.
Jorginho è, appunto, IL pensiero della giocata che la anticipa nei tempi, nei modi e nello spazio in cui avverrà, ad uso e consumo della più agevole risalita di tutta la squadra.
Jorginho è IL pallone ripulito da passaggi talvolta sbagliati dei compagni e rigiocato con i giri giusti, cioè dati apposta per la corsa del compagno che andrà a ricevere il pallone.
Jorginho è L’essere laddove ogni seconda palla che graviti nella sua zona impone di essere, è barriera e schermo al passaggio da parte dell’avversario al suo compagno avversario che gli sta dietro.
Jorginho è LA riconquista di decine di palloni a partita, è LA neutralizzazione di decine di possibili occasioni da gol avversarie.
Jorginho è L’eleganza dello stop con la punta del piede che gli consente di avere il pallone sempre davanti al proprio corpo per guadagnare decimi di secondo fondamentali per produrre la giocata successiva.
Jorginho è L’arte di usare il proprio corpo a copertura del pallone quando sente di essere in difficoltà nel pressing avversario.
Jorginho è IL fallo subito, e mai inventato, dall’avversario per far risistemare la squadra in difficoltà.
Jorginho è L’intelligenza del passaggio verticale al proprio compagno messo a sua volta nella condizione di avere spazio per l’ulteriore verticalizzazione, e cioè per la chiara occasione da gol.
Jorginho è LA parola, spesso L’urlo che indirizza il movimento e la giocata di tutti i suoi compagni, che fedelmente eseguono perché ne riconoscono l’autorità, perché Jorginho è il loro professore.
Jorginho è LA classe che si sprigiona in ogni suo tocco dato al pallone, che tra i suoi piedi sembra quasi sgonfiarsi per quanto addomesticato.
Jorginho è tutto questo, è tutto quello che di meglio può e deve fare un calciatore che gioca nel suo ruolo, seguendo le regole di ingaggio che il suo ruolo impone.
Ed è per ciò che in automatico risulta il regista migliore (che ci sia), senza necessità di apparirlo.
Sono di parte, l’ammetto, ma esistono verità che non lo sono.
Jorginho è il più forte regista d’Europa, mentre tutti stanno ancora aspettando l’apparenza e, peggio ancora, mentre nessuno lo dice e nessuno ne parla.