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Messi non verrebbe ma non farebbe nemmeno il bene del Napoli (come Ronaldo alla Juve)

Sarebbe come montare il motore di una Ferrari su una Fiat 500. Sono operazioni anni Ottanta. Il calcio e il mondo sono cambiati ma i tifosi non lo capiscono (come si evince dagli interisti)

Messi non verrebbe ma non farebbe nemmeno il bene del Napoli (come Ronaldo alla Juve)
Rio De Janeiro (Brasile) 10/07/2021 - Coppa America / Argentina-Brasile / foto Imago/Image Sport nella foto: Lionel Messi

Mi piacerebbe rispondere alla romantica lettera del professor Trombetti – che mi ha ricordato tanto mio padre nella sua nostalgia ferlainiana – con qualche riga di sano realismo.

Credo che il Barcellona abbia fatto molto bene a lasciar andare Leo Messi, e che una società di calcio ben amministrata – ragionamento che non vale per i club-stato come il PSG o il Manchester City – non dovrebbe mai metterlo sotto contratto a quelle cifre, a quell’età.

Messi, che ha rifiutato il taglio di stipendio proposto dal Barcellona, non verrebbe mai a Napoli per il puro gusto di dimostrare qualcosa. Al Napoli non avrebbe nulla da guadagnare, al contrario di quello che afferma il professore. Anche ammesso che vincesse, vincerebbe uno scudetto che non avrebbe nulla di storico, in una serie A che è il pallido ricordo di quella in cui giocava Maradona, o l’Europa League, una competizione che il Napoli ha già vinto quando era molto più competitiva.

Ho detto “ammesso che vincesse” perché non credo vincerebbe. Perché – e questo è il secondo punto – Messi non è mai stato un giocatore decisivo, che si carica una squadra sulle spalle, né al Barcellona, né nell’Argentina. Non parlo della Copa America vinta a luglio perché il calcio visto in quella competizione è lontano anni-luce da quello che si gioca in Europa. Tutt’al più, se si fosse voluta fare una follia per un giocatore, sarebbe stato appropriato comprare uno con la mentalità di Sergio Ramos.

La storia dell’indotto poi è abbastanza debole. Con mio fratello, che fa l’analista finanziario, ci siamo divertiti a spulciare il bilancio della Juve – anche se non ce ne sarebbe stato bisogno, visti i 400 milioni recentemente iniettati dalla Exor per ricapitalizzare la società. Il risultato è che – secondo tutti i parametri finanziari rilevanti – la Juve è una società decotta, e le maglie di Cristiano Ronaldo non hanno avuto alcun effetto benefico sul bilancio. Sidebar – come direbbero in America – impiantare Messi sulla struttura societaria del Napoli sarebbe come montare un motore di una Ferrari su una Fiat 500 – la società non ha un management all’altezza per sfruttare un’opportunità commerciale simile, e De Laurentiis non ha la visione per costruirlo, il che è forse il suo più grande limite.

Prendere Messi per far divertire i tifosi? Sarebbe legittimo che i tifosi lo chiedessero, se poi accettassero di spendere 300 euro per un biglietto di tribuna Posillipo ogni partita, se comprassero le magliette originali, se non si lamentassero della pay-per-view.

Chiudo con un’analogia dall’NBA – la squadra che mette sotto contratto i supercampioni non sempre vince. I Brooklyn Nets hanno messo sotto contratto tre fra i giocatori più forti della lega l’anno scorso, e hanno perso. Non va sempre così – sia Boston che Miami in passato hanno vinto con i campioni – ma non è l’unico modo di vincere.

Purtroppo, le recenti manifestazioni di sdegno e sorpresa per i problemi economici dell’Inter dimostrano che il tifoso italiano non è cresciuto. Eppure, negli ultimi vent’anni sono quasi fallite Lazio e Roma, si è ridimensionato il Milan, e la Juve ha resistito solo grazie alla forza economica degli Agnelli. E’ un contesto che dovrebbe aver insegnato come le spese pazze poi si pagano, che non importa quali trucchi di bilancio ci si inventi – leggi plusvalenze monstre – senza positive cash flow un business non è sostenibile a lungo termine.

Credo che il professore sia rimasto agli anni ’80, in cui prima si comprava Maradona e poi ci si arrabattava alla meglio per pagarlo. Ma quello era Maradona, con tutto il rispetto per Messi, e quelli erano gli anni 80. Oggi, dopo 1700 miliardi di euro di debito pubblico e un fallimento societario doloroso, si dovrebbe ragionare in maniera diversa.

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