La narrazione mediatica è tutta superlativi e magnificenze. Immobile come Salah, Insigne batte il record di Maradona. E poi perdiamo sempre

I magliari del calcio. Proprio così. In Italia siamo riusciti nell’impresa di autoingannarci. I mezzi di informazione trasferiscono ormai da tempo, alle platee, che i calciatori italiani sono pezzi pregiati di tecnica e anche per questo viene attribuito loro un valore economico fuori da ogni logica di mercato. I club, poi, pongono la ciliegina sulla torta attaccando a questi ragazzi cartellini con prezzi da Cartier. Per carità, i costi del mercatino di Antignano sarebbero pure ingenerosi, ma è indubbio che l’attuale generazione calcistica italiana abbia il valore di una rispettabile bottega dell’entroterra. L’immagine costruita dai mezzi di informazione e dai dirigenti dei nostri club su Immobile (ricordo i titoloni: “Lazio, Immobile da record: solo Salah e Lewandowski come lui!), su Insigne (“Insigne come Maradona e più di Cavani!”), su Berardi (“Berardi tra i migliori in Italia, forse il migliore!”) – giusto per citare tre esempi – ha contribuito a sovrastimare il reale valore tecnico di questi calciatori, così come di tantissimi altri.
Il trend dell’Italia ai Mondiali, dal 2006, è vergognoso: nel 2010, da campioni in carica, ultimi nel girone alle spalle della Nuova Zelanda. Nel 2014 terzi dietro alla Costa Rica. Nel 2018 a casa. Nel 2022 a casa. La vittoria degli scorsi Europei non è stata certamente figlia di partite eccellenti, di dominio dell’avversario o di un gioco gradevole. I segnali erano evidenti. Con la Spagna, gli Azzurri totalizzarono appena il 29% di possesso, 387 passaggi vs i 908 degli avversari, 1 corner vs 6, 7 tiri vs 16. Sì, contro la Spagna fummo noi la Macedonia del Nord. Riuscimmo a trascinare la partita ai rigori, poi sappiamo come andò.
Il declino tecnico generazionale è fin troppo evidente. Siamo passati da Baggio e Totti a Insigne, da Baresi, Nesta e Cannavaro a Chiellini, Mancini e Bastoni, da Maldini a Emerson Palmieri, da Vieri e Toni a Immobile e Joao Pedro. Mentre scrivo, rido. Sembra non sia possibile, sembra stia mentendo a me stesso, e invece è tutto vero.
Eppure oggi i media faticano ad esporre una realtà così evidente. Guai a farlo: il prodotto calcio ha una massa di fruitori e vanno
accontentati, lo capisco bene. La merce deve essere infiocchettata e servita a chi paga, altrimenti perché chi paga dovrebbe continuare a sborsare soldi? Da qui, nelle telecronache o nelle radiocronache, sui quotidiani o sul web, un semplice gesto tecnico diviene una “giocata straordinaria”. Magari un semplice stop. Uno stop! Proprio quelli che, a scuola calcio, ti insegnano quando hai 5 anni. O un cambio gioco: “apertura straordinaria, grande visione di gioco!”. Ma come? Una volta era un semplice “lancio”! Hanno modificato il racconto, imparando a spacciare per diamante un pezzo di truciolato. E questo ha condizionato parte del pubblico, generando aspettative che non troveranno mai riscontro nella realtà. Aspettative che nutrono soprattutto le nuove generazioni, quelle che non hanno avuto la fortuna di guardare dal vivo i campioni menzionati prima.
Queste nuove generazioni rischiano di vivere un conflitto interiore: ma come, Insigne come Maradona, Immobile come Lewandowski e non andiamo ai Mondiali? Un cortocircuito che non meritano. All’estero, ovviamente, hanno una visione dello status quo del movimento calcistico italiano decisamente più rispondente alla realtà rispetto alla nostra. Un movimento non in grado di eliminare il razzismo dagli stadi, l’omofobia, che si vede la Guardia di Finanza spesso in sede a causa delle plusvalenze. Un movimento che non vince in Europa, a livello di club, dall’Inter di Mourinho.
Ma i magliari del calcio continueranno a far credere alla gente che ora si rifonderà tutto, che nascerà un nuovo progetto, inizieranno a dipingere i prossimi C.T. come maghi e i protagonisti, non esenti dallo spaccio della lana per la seta, si diranno certi che nel 2026 ci saremo e magari vinceremo pure. Intanto, prepariamoci alla prossima vendita: Juve-Inter, due squadre fuori dall’Europa, misto lana a livello continentale, seta per gli italiani e solo per loro. La narrazione di un movimento così mediocre, per il bene collettivo, dovrebbe presentare partite oggettivamente mediocri giocate da calciatori tecnicamente mediocri.