L’ex tennista haitiano a L’Equipe: “Connors voleva vendicarsi di una sconfitta a Tolosa, odiava perdere, impazziva di rabbia. E’ stato il re della pressione sugli arbitri”

Ronald Agenor ha vinto in carriera solo tre tornei: Atene, Berlino e Genova. E’ arrivato al numero 22 del ranking. Ma gli appassionati del tennis se lo ricordano tutti. Per una vita agonistica tra alti e bassi, perché era haitiano, perché a Basilea nel 1987 giocò una finale tutta “nera” contro Yannick Noah per la quale è stato inserito anche nella Black Tennis Hall of Fame di Washington (“Ma non è un onore che cercavo, volevo solo giocare a tennis”). E per aver fatto da “spalla” a grandissimi campioni di quel tennis anni 80-90 pieno di storie ed aneddoti. Che lui racconta in una meravigliosa intervista a L’Equipe.
A cominciare da Jimmy Connors. Dice che quando ci giocò e perse al quinto set al Roland-Garros nel 1991, al secondo turno, fu “terribile”. Lui, Connors, aveva 38 anni, ma “era il più grande agonista nella storia del tennis, nessuno aveva tanta voglia di vincere, e ci provava con tutti i mezzi, il gioco, il bluff… In questo campo resta molto davanti a tutti. Era pronto a morire in campo, e io mi sono sentito come se avessi quattro avversari al quinto set. Lui, che giocava col fuoco di Dio, il pubblico che lo sosteneva, l’arbitro e persino il giudice di linea. Sul 3-2 per me, una delle mie palle morde chiaramente la linea, ma Connors scherza e influenza il giudice di linea. Lui, come McEnroe, hanno giocato gli arbitri con per tutta la loro carriera, sono stati i re della pressione“.
Agenor la definisce “la partita più triste della mia carriera”:
“Non ho mai pianto dopo aver perso. Mai, tranne dopo quella partita. Sono tornato al mio albergo, sugli Champs, ho trovato il mio cane, un pastore tedesco, che mi aspettava lì, nella mia stanza, e ho pianto. Ero completo andato. Ho toccato il fondo. Perdendo in quel modo contro Connors, tutto è andato in pezzi. Ma lui voleva così tanto la sua vendetta… L’anno prima lo avevo battuto a Tolosa (6-4, 6-4); un momento straordinario, per l’ammirazione che avevo per lui ma anche perché mio padre, evento rarissimo, era sugli spalti. Connors era furioso per aver perso. La settimana successiva, a Basilea, mentre ero in pieno allenamento, è arrivato sul mio campo. Prende 1.000 dollari dalla tasca e infila i soldi in rete: “Ronald! Scommetto 1.000 dollari su un tie-break, io e te, adesso!”. Dico Ok, vinco il tie-break ma rifiuto i suoi soldi. È pazzo dalla rabbia: “Ne facciamo un altro, per altri 1000!”, io dico di no. Se n’è andato incazzato”.
Il giocatore più forte che ha affrontato però è stato Stefan Edberg:
“Il suo stile serve and volley era molto difficile da contrastare per me. Ho sempre avuto problemi, anche sulla terra. Un Edberg in una grande giornata, ma che velocità! La sua copertura di rete, il suo anticipo e ovviamente il suo gioco al volo, pffff! E poi anche il suo strano diritto, pensavamo che lo sbagliasse ogni volta, ma non lo sbagliava mai. Con lui non avevo soluzioni. Gli altri erano tutti battibili. Anche un McEnroe mi sembrava più appetibile”.
Il giocatore più cattivo?
“L’austriaco Horst Skoff (numero 18 nel 1990, morto di infarto nel 2008 a soli 39 anni), era un killer, veniva in campo per sbagliare, non per giocare a tennis. Cercava il KO. Ti parlava quando cambiavi campo, parlava senza sosta con l’arbitro… Spesso perdevo le staffe davanti a lui. E poi c’era lo spregevole e vile Jeff Tarango…”.
Tarango parlò del suo grande ritorno al tennis del 1999, quandò scalò le classifiche dal numero 790 alla top 100, in termini di doping: “Credo in dio quindi perdono, non mi disturba vedere di nuovo uno stronzo sul circuito. Inoltre, ci siamo incontrati di nuovo in una mostra in California e poi devi capire che questo tipo di persona ha grossi problemi psicologici…”.
Racconta infine un altro aneddoto:
“All’inizio del 1986 ricevetti una telefonata dall’agente di Lendl, numero 1 al mondo: “Ronald, Ivan vorrebbe sapere se vuoi prepararti per il Roland-Garros con lui”. E voleva persino pagarmi! Grosse somme… Io non volevo soldi ma dissi di sì, certo, e loro si sono occupati di tutta la logistica (viaggi, hotel…). Mi sono ritrovato, a ventuno anni, a prepararmi per il Roland 86 a Monte-Carlo, con Lendl e il suo allenatore Tony Roche. Incredibile, ho ancora le foto. In un’epoca in cui la globalizzazione non era ancora arrivata e in cui il tennis era anche una battaglia culturale, Lendl era la spia che veniva dall’est, il soldato. Lo chiamavano colonnello Lendl. Ero così sfinito da quella settimana di allenamento che poi al Roland ho perso al primo turno contro l’argentino Martin Jaite (6-1, 3-6, 0-6, 6-2, 6 -4). Ero cotto”.