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Il Napoli ha smesso di essere una squadra new age

È caduta la mistificazione del gioco. Spalletti e il Napoli hanno riportato al centro la persona. E la fisiologica incomunicabilità è un valore sottovalutato

Il Napoli ha smesso di essere una squadra new age
Amsterdam (Olanda) 04/10/2022 - Champions League / Ajax-Napoli / foto Imago/Image Sport nella foto: gol Khvicha Kvaratskhelia ONLY ITAKY

Dei miei pomeriggi da studente universitario – ormai un po’ di annetti fa – ricordo in particolare una conversazione con il mio professore di Teoria della Computabilità, a valle di una lezione sul tema della complessità. Da qualche parte avevo letto una frase, che è invecchiata poco, per la quale un sistema complesso è descrivibile come qualcosa che è “più dell’insieme delle sue parti”. Il mio professore mi riprese, con garbo ma severo, dicendo che queste bischerate dovevo lasciarle ai libri new age o ai teologi di professione. Noi eravamo gente seria. O che ci provava a esserlo, non piegando le parole all’uso di definizioni ruffiane e logicamente insensate.

L’episodio mi ritorna in mente, ultimamente, perché stiamo assistendo, nel calcio, alla caduta di una lunga mistificazione che si chiama “il gioco”. Per lungo tempo si è detto di molte squadre, Napoli incluso, che il dodicesimo uomo in campo fosse “il gioco”, conferendo a questa parola il medesimo significato animistico e parametafisico che il mio professore all’epoca derise. L’unico gioco, infatti, è il calcio, definito dalle sue regole. Tutto quanto avviene in campo è frutto esclusivamente dei giocatori, dei loro capacità, reattività, intelligenza, prestanza, mentalità, spirito di adattamento – come in ogni sistema complesso. L’idea che esista un sistema di gioco, un modulo, una dottrina che renda a priori una squadra “più della somma dei propri giocatori” (qualunque cosa questa roba voglia dire) è materiale da libri new age.

Il Napoli – che è stata la terra del calcio new age degli ultimi anni, anche noto come “sarrismo” – è ripartito quest’anno da un concetto opposto: gli interpreti. Ricordo, un po’ vagamente ma con grande piacere, di aver sentito una volta una intervista a Ennio Morricone in cui un giornalista gli chiedeva come gli fosse finita in testa la geniale idea di usare il fischio nella colonna sonora di Per un pugno di dollari. Il compositore rispose che la ragione era, banalmente, che conosceva un musicista che era bravo col fischio. Il meccanismo mentale è banale: chi osserva rileva una determinata realtà e la costruisce con dei principi causali a ritroso ex-post, mentre chi agisce ed è parte della realtà ci è finito spesso per caso e ci si adatta al momento. È, a grandi linee, il motivo che spinge tanti a mistificare il calcio di questi anni aggiungendovi un principio quasi ideologico. O il motivo per cui si continua a chiedere ad un allenatore, nel post partita, il perché di un cambio, senza capire che c’è assai meno di pre-meditato di quanto lo spettatore in cuor suo speri.

Spalletti ed il Napoli hanno riportato al centro la persona – il calciatore, il musicista. Abbiamo quindi iniziato a riscoprire, sotto la polvere del passato, cose dimenticate come il dribbling, i duelli, l’uno contro uno e la necessità di disciplinare l’uno nel contesto necessario di una squadra – da cui gli apparentemente insistenti richiami di Spalletti a Kvaratskhelia – seguendo un lavoro che somiglia più a una crescita umana complessiva che all’ indottrinamento di un metodo sportivo.

Un aspetto che forse sta tornando utile all’allenatore in queste settimane è l’ostacolo linguistico del gruppo a propria disposizione. Esiste una intrinseca barriera comunicativa tra i nuovi giocatori – sud coreani, georgiani, francesi – che li aiuta a rimanere sostanzialmente estranei all’ambiente circostante e alla storia del club. Spalletti ha dichiarato, nel dopo partita di Amsterdam, che la sua è una squadra che “non vuole tornare indietro”. L’ignoranza del passato è un deterrente enorme contro la tentazione a questi ritorni. L’incomunicabilità è un valore assai sottovalutato a riguardo, in parte perché viviamo in decenni di sovraesposizione mediatica che hanno reso la partecipazione attiva ad una qualsivoglia discussione una sorta di culto, in altra parte perché siamo cresciuti in un ambiente culturale – quello del sud Italia e partenopeo nello specifico – in cui la promiscuità, ad ogni livello, è considerata un assoluto valore, mentre la distanza è sempre vissuta con profondo sospetto (Questo è anche l’equivoco culturale alla base della convinzione diffusa di Napoli quale capitale dell’accoglienza, dove accogliere e assimilare a ogni costo sono termini usati in modo intercambiabile, ma questa è un’altra storia). I giocatori del Napoli, come ben detto su queste pagine, attraversano la città ma non ne sono parte integrante, ciò non essendo uno svantaggio, piuttosto un’opportunità. Gli spettatori iniziano a riempire lo stadio, come ben descritto sempre su questo giornale, come fruitori di un evento, come fosse un teatro. Per qualche ragione questa nuova realtà, più moderna, spaventa i soliti, che vivono le parole moderno e teatro come un’onta. Ma non è necessario sia così. Specie se fai sei gol all’Ajax.

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