A El Paìs: “L’attaccante deve segnare e il portiere parare. Invece adesso se non segni non fa niente. E se non difendi dicono che però sai costruire da dietro”

Diego Forlán è l’ultimo uruguaiano ad aver alzato un trofeo al Mondiale: nel 2010, in Sudafrica, fu eletto “miglior giocatore”. Ha una visione del calcio che di questi tempi potremmo definire quasi reazionaria. Ne parla intervistato da El Paìs.
“L’attaccante – dice – deve segnare. L’essenza non si può perdere. È quello che succede, che le persone fraintendono e a volte ci sono allenatori che vogliono cambiare le cose. Il portiere deve parare; il difensore, difendere; e l’attaccante segnare gol. Proprio come 60 anni fa. Arriva gente che vuole inventare, fare il fenomeno. Se non fai gol, non conta. Se non difendi puoi uscire con la palla da dietro, ma se esci 10 volte e prendi sei gol, allora non uscire più“.
E come lo spieghi ai profeti del “mio gioco”? Forlán è proprio antico… “Molti allenatori pensano di contare più dei giocatori. Dimenticano che se non hai calciatori non puoi fare l’allenatore. E lo dico io, che sono un allenatore. Non è la stessa cosa guidare una grande squadra rispetto a un’altra che lotta contro la retrocessione. Ovviamente avere un buon allenatore alza il livello. Ma se la qualità della rosa è inferiore, puoi alzare un po’ l’asticella, ma niente di più. A volte noi allenatori pensiamo di fare la differenza e ci dimentichiamo che gli attori sono i giocatori. Posso dire al giocatore come sarà la partita, ma se non ha la capacità di prendere decisioni, non posso fare molto”.
Oggi gli allenatori “ti danno più informazioni, ci sono più studi. Il giocatore arriva anche con più conoscenza perché è addestrato in quella direzione. Prima che ti dicevano cosa fare, e basta. Se chiedevi, non c’era alcuna spiegazione. Adesso è diverso e questo permette al calciatore di capire il gioco. Ecco perché quando parlano ti rendi conto di come lo raccontano bene. Prima era istinto, talento, non c’era molta analisi. Gli allenamenti erano diversi. Adesso c’è più pretesa sul giocatore, ma anche più cura nella preparazione fisica, psicologica e nutrizionale”.