ilNapolista

“Il mio amico Massimo”, la vita di Troisi raccontata attraverso la sua ‘intelligenza del cuore’

Recensione del docufilm di Alessandro Bencivenga. Pezzi inediti, backstage, interviste, testimonianze, foto e ricostruzioni da fiction della vita di Troisi

“Il mio amico Massimo”, la vita di Troisi raccontata attraverso la sua ‘intelligenza del cuore’

Ho visto ieri al Montil di Castellammare di Stabia del patron Donato Montillo – poche erano le sale in tutt’Italia che lo proiettavano – il docu su TroisiIl mio amico Massimo (2022)”, con la regia di Alessandro Bencivenga e le belle musiche di Giovanni Block ed una fotografia da graffiti. Primo Io narrante ed itinerante quel Gerardo Ferrara – controfigura di Troisi nel suo ultimo “Il postino (1994)” – che insieme a Alfonso Cozzolino, Gaetano Daniele, Carmine Faraco, Carlo Verdone, Clarissa Burt, Maria Grazia Cucinotta, Nino Frassica, Renzo Arbore, Ficarra&Picone,  Massimo Bonetti, Angelo Orlando, Roberto Benigni, Anna Pavignano – e le voci fuori campo di Cloris Brosca e Lello Arena – ci riportano quella freschezza artistica e quella maestria scenica del proletario talento senza figli del nostro, attraverso pezzi inediti, backstage, interviste, testimonianze, foto, ricostruzioni da fiction della sua vita di quegli anni.

Il cinema Diana, il gruppo Rh negativo, la Smorfia ed i primi successi con ‘Non stop’, per poi passare ai film partendo dal fondamentale “Ricomincio da tre (1981)”… Tutta la vita artistica e minima di Troisi viene snocciolata con un solo verso: quello della sua straripante ‘intelligenza del cuore’.

Massimo andava a “Domenica in” dal Baudo nazionale, ma quando faceva satira politica era leggero ed indifferente al potere e non si genufletteva come i giullari odierni legittimando il potente di turno. Perché la vera grandezza di Troisi gli derivava dalla sua educazione familiare e dalla sua estrazione socio-politica: la San Giorgio degli anni dell’infanzia.

L’ironia l’aveva imparata nei primi anni della sua vita e su quella aveva innestato il suo talento creativo – “Massimo era parola e gesto (Verdone)” – e la sua grandezza attoriale… Ma Troisi era anche un poeta involontario – un Viviani di quegli anni – ed in quella veste ci manca tutt’ora.

ilnapolista © riproduzione riservata