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Quando Klinsmann giocava in quarta divisione americana facendosi chiamare Jay Göppingen

Racconta al Clarin: “Poi un giornalista mi scoprì. Ora gioco ancora la domenica, in una squadra mista di italiani e messicani. Mi diverto un sacco”

Quando Klinsmann giocava in quarta divisione americana facendosi chiamare Jay Göppingen
Db Genova 29/02/2012 - amichevole / Italia-Usa / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Jurgen Klinsmann

Jürgen Klinsmann vive a Newport Beach, dove si è stabilito con la moglie, l’ex modella cino-americana Debbie Chin, e i loro due figli, Jonathan e Leila. Dice che “attualmente gioco la domenica in una squadra che è un misto di italiani e messicani. C’è anche un ragazzo del Perù e giochiamo in un campionato di dodici squadre. Ci divertiamo molto. Amo il calcio”.

Ma prima, a 39 anni, era tornato a giocare a livello amatoriale nell’Orange Country Blue Star, quarta divisione degli Stati Uniti, sotto mentite spoglie: con lo pseudonimo di Jay Göppingen. E questa è una storia che in un mondo dominato dallo sfruttamento social dell’immagine gira al contrario. “È una storia molto divertente”, racconta in un’intervista al Clarín. “L’uomo che dirigeva il campionato non voleva mettere il mio nome per non suscitare troppo interesse e perché nessuno mi disturbasse. Pertanto, senza avvisarmi, mi ha indicato come Jay Göppingen: Jay per l’iniziale del mio nome e Göppingen per via del luogo dove sono nato. Un giorno, a una partita a San Diego, un giornalista che stava guardando mi ha riconosciuto, ha scritto un articolo e diversi media l’hanno ripreso. È stato divertente finché è durato”.

Jürgen Klinsmann, la “biscia impazzita” per la Gialappa’s Band, è stato campione del mondo a Italia 90, ha guidato la Germania ai Mondiali nel 2006, e gli Stati Uniti in Brasile nel 2014. Ha segnato da giocatore una marea di gol. E tra le altre cose ricorda il primo incontro con Messi in Germania nel 2006. Quando Messi restò in panchina mortificato, contro la Germania allenata proprio da lui: “Speravo che quel ragazzo non entrasse. Scelsero un difensore quando stavano vincendo e ripresi a respirare”.

La domanda sul migliore di tutti i tempi è scontata, e la risposta pure: “C’è una differenza tra Maradona e gli altri, ed è che lui era un artista. L’ho affrontato diverse volte e provo una grande ammirazione per quello che è stato in grado di fare sul campo. Era di un altro livello. Fuori dal campo era una persona positiva e semplice. Di lui si dicevano sempre cose, ma io ho incontrato una persona spettacolare”.

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