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Giuntoli tifa per sé stesso, come tutti nel calcio. Quando capiremo che è business?

Mentre il calcio arabo ci divora e non ci sono i soldi delle tv, ci si appassiona a dibattiti sterili. Direbbe l’Avvocato: tifano solo le cameriere

Giuntoli tifa per sé stesso, come tutti nel calcio. Quando capiremo che è business?

Parafrasando Giovanni Agnelli, potremmo dire che tifano solo le cameriere. L’Avvocato parlava delle cose dell’amore. Da noi, invece, si discute con ardore della pantomima messa in scena da Giuntoli appena arrivato a Torino. Una scena talmente eccessiva da risultare una delle espressioni più penose in cui ci siamo imbattuti in tanti anni. Un’esibizione di servilismo ma anche di realismo. Si va alla Juventus e si dice che da bambini si tifava Juve. È quasi un atto dovuto. L’uruguaiano Gargano, ex centrocampista del Napoli, una volta approdato all’Inter rivelò una passione infantile per i nerazzurri. Il calcio pretende questa ipocrisia. Bisogna tenere in piedi il circo della menzogna. Lasciar credere ai consumatori che sia veramente un gioco e che l’obiettivo sia far vincere i colori del proprio cuore e non il proprio portafogli.

Pensate che rivoluzione sarebbe stata se Giuntoli avesse dichiarato: «Io nemmeno ricordo per chi tifavo da bambino. Ovviamente io tifo per la mia carriera. Per le mie soddisfazioni personali e per la conseguente crescita professionale ed economica. Ho lavorato al meglio per il Napoli. Ma l’ho fatto perché ho avuto la possibilità di aumentare le mie conoscenze. Ho guadagnato di più. E l’aver acquistato calciatori forti mi ha fatto fare uno scatto di carriera, mi ha fatto arrivare alla Juventus. Io, come tutti al nostro livello, tifo solo per me stesso». Il che, perdonateci, sarebbe stata anche un’assicurazione per tutti i sostenitori: se la Juve vince, il mio portafogli cresce. E quindi darò il meglio di me.

E qui la domanda sorge spontanea: ma davvero i tifosi pensano che allenatori, dirigenti, calciatori abbiano a cuori le sorti di una maglia? È, appunto, roba per cameriere. Questo circo dell’ipocrisia ieri è stato ulteriormente alimentato da De Laurentiis che quando si trova in difficoltà – e ieri lo abbiamo trovato giù di corda – basta dire qualcosa sulla Juve per trarsi d’impaccio. E così ha detto che se avesse saputo prima della (per noi molto presunta) juventinità di Giuntoli, lo avrebbe mandato via prima.

Ci vengono da dire due cose. La prima: è Giuntoli che è voluto andare via. La seconda (ovviamente facendo finta di supporre che Adl creda realmente a quel che ha detto): quindi nel Napoli possono lavorare solo dirigenti che tifano Napoli? Non è più un’azienda con scopo di lucro? Se Ferlaino avesse ragionato nello stesso modo, non avremmo avuto Italo Allodi e Luciano Moggi artefici rispettivamente del primo e del secondo scudetto. Noi abbiamo dubbi persino sull’essere milanista di Maldini, figuriamoci sugli altri. Ecco Maldini, ad esempio. De Laurentiis non lo prenderebbe nel Napoli?

Ma poi, ci chiediamo: col calcio saudita che ci sta divorando, con le tv nostrane che non ne vogliono sapere di dissanguarsi per il modesto spettacolo del campionato italiano, davvero dobbiamo continuare ad alimentare tutto ciò? E se provassimo a trattare il calcio per quello che è, ossia un’industria con indotto miliardario? Anche i tifosi se ne farebbero una ragione. Magari sarebbero più contenti di non essere presi per fondelli. Di certo non rinunceranno al pallone solo perché qualcuno ha rivelato loro che calciatori, allenatori e dirigenti lavorano solo per sé stessi.

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