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Italo Cucci: «all’Heysel aprii porte su porte finché vidi una catasta di cadaveri»

L’intervista al Corsera: «Spadolini mi mandò allo sport, fu la svolta della mia vita». Lo scoop su Merckx dopato al Giro, la lite e la pace con Maradona

Italo Cucci: «all’Heysel aprii porte su porte finché vidi una catasta di cadaveri»
Db Milano 23/01/2012 - gala' Oscar del calcio Aic 2011 / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Italo Cucci-Fabio Capello

Italo Cucci intervistato dal Corriere della Sera.

Da anni vive su un’isola, a Pantelleria. Si era stancato di viaggiare?

Italo Cucci: «No, del resto c’è un bell’aeroporto e non rinuncio a lavorare. Un posto come Pantelleria non l’avevo mai visto e dopo il Mondiale 2010, quando un bravo medico di Johannesburg mi salvò la vita, ho lasciato Roma e mi sono trasferito al Sud. Una scelta di vita».

Da ragazzo sognava di fare il giornalista?

Italo Cucci: «Volevo fare il cantante, ero sempre con Fred Buscaglione e facevo cronache mondane per lo Specchio di Roma, che era il Dagospia di allora».

Allo sport la mandò Spadolini direttore del Carlino?

«Ero un rompiscatole ed ero un ragazzo di destra. In realtà si era liberato un posto a Stadio per la morte tragica di un collega e mi fece assumere lì. Ma quando mi chiamò mi disse che gli estremi si incontrano, per cui non voleva rischiare di trovarsi un estremista di sinistra in redazione. Mi crollò il mondo addosso, ma fu la svolta della mia vita».

Gli scoop sul doping

I primi scoop sono tutti legati al doping. Un caso?

«Aver fatto cronaca giudiziaria mi dava una marcia in più. A partire dallo scandalo del Bologna: si scoprì che l’inghippo della polverina nelle urine lo aveva fatto il Milan».

Dopo la Corea scovò il c.t. Fabbri in convento.

«Tutti lo spernacchiavano e si era rifugiato a Camaldoli. Si aprì un grosso cancello e comparve accompagnato da un frate: mi diede un dossier in cui i big della squadra ammettevano di aver dovuto fare iniezioni di un liquido rosa».

Poi Merckx dopato nel 69.

«Sì, al Giro: la notizia me la diede chi curava i prelievi, ma ci vollero giorni per pubblicarla: ero inviato per Guerino e Gazzetta, la notizia uscì sul settimanale e al quotidiano non apprezzarono».

Sul Guerino fece il titolo «Olocausto», dopo l’Heysel.

«Scesi dalla tribuna, cominciai ad aprire porticine di legno, finché vidi una catasta di cadaveri e lo dissi a Radio Rai: Ameri si disperò, perché le famiglie non sapevano. Rimasi col ministro De Michelis: i gendarmi ci volevano arrestare per aver messo un fiore sul campo. Un oltraggio».

Rompere l’ipocrisia della droga con Maradona le costò il rapporto con lui?

«Disse che ero un bell’amico perché parlavo di lui e non degli industriali che si fanno di coca. Gli ricordai che era ambasciatore Unicef. La rottura vera fu a Usa ’94. Nel 2006 a Monaco ci riabbracciammo e piangemmo come due idioti. Era un pezzo di pane».

Italo Cucci e il caso Maignan (sul Corsport)

Italo Cucci sul Corriere dello Sport dedica la sua rubrica delle lettere al razzismo nel calcio italiano, all’episodio di cui è stato vittima Maignan a Udine. Titola: “Lo scandalo è offendere Maignan non giocare la Supercoppa a Riyad”, e ancora: “La vergogna di Udine ha fatto il giro del mondo ed è già ricominciata la favola della pena esemplare dopo decenni di impunità garantita”.

Ecco che cosa scrive Italo Cucci in risposta alle lettere che ha pubblicato sul Corriere dello Sport:

Ero un giovane quarantenne quando fui invitato da un questore bolognese a far parte di una Commissione Antiviolenza da stadio. Poi pubblicai una foto di un forsennato che si sbracciava fra i tifosi allo stadio Dall’Ara e fui espulso. Il forsennato era in realtà il questore medesimo che tentava di tenere a bada i facinorosi. Quella Commissione non combinò nulla. Come le cento successive. E intanto i nostri moralisti esteti contestano “la figuraccia” del calcio italiano che si esibisce in stadi vuoti e davanti a tifosi finti. Meglio vuoti che ricchi di stronzi.

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