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Furlani: «Dai 15 ai 18 anni sono stati tosti, ma non mi pentirò del mancato svago rispetto ad altri adolescenti»

A La Stampa: «Noi giovani possiamo rivoluzionare l’atletica, ma il talento va lavorato rispettandone i tempi. Voglio essere un esempio per chi ci sarà dopo».

Furlani: «Dai 15 ai 18 anni sono stati tosti, ma non mi pentirò del mancato svago rispetto ad altri adolescenti»
Italy's Mattia Furlani competes in the Men's Long Jump final during the Indoor World Athletics Championships in Glasgow, Scotland, on March 2, 2024. (Photo by Anne-Christine POUJOULAT / AFP)

Bronzo alle Olimpiadi di Parigi 2024 nel salto in lungo, Mattia Furlani ha raccontato come sta vivendo questi anni e la “rivoluzione” nello sport da parte dei giovanissimi. L’intervista a La Stampa.

Furlani: «Da noi giovani può partire la rivoluzione nell’atletica»

Ha compiuto 20 anni a inizio febbraio. Che cosa ha portato la fine dell’adolescenza?

«Un orizzonte completamente differente. La vita da teenager l’ho vissuta a pieno, però con il sogno nel cassetto di fare un salto, di andare oltre e adesso si apre l’opportunità di riuscirci sul serio. I vent’anni sono un traguardo, sono ultra importanti».

Della vita da teenager si è perso qualche cosa?

«Ho rinunciato a un po’ di feste, a un po’ di svago, a un po’ di cavolate. Perché alla fine di quelle si tratta e non è che mi mancheranno. Si devono per forza riempire le caselle degli eccessi e degli azzardi? Mi sono divertito e tanto basta, dubito che un giorno mi sveglierò pentito di non avere fatto il cretino. C’era e c’è lo sport. Gli anni dai 15 ai 18 sono stati… non dico un inferno, però molto molto tosti. Conciliare, infilare, fare stare tutto in una singola giornata: la scuola, gli allenamenti, la vita personale. A 16 anni ti costruisci il carattere e i giovanissimi vanno aiutati. In tanti modi. Più di così. Siamo il futuro, quelli che vengono dopo di me sono il futuro, io oggi lo sono. Qualsiasi cosa accada è una realtà innegabile. Invece, per quanto sia ovvio, non è comunque chiaro. Ci servono fiducia, sostegno, una società che consideri il nostro punto di vista».

Ora sfoggia una doppia W,che sta per win, vittoria, come esultanza. Significa che dopo il bronzo olimpico e i precedenti argenti è il momento di passare agli ori?

«Quello che sto facendo dovrebbe portare lì e non mi spaventa ammetterlo».

Mentre lei punta a laurearsi campione e ci sono già potenziali azzurri di 15, 16 e 17 anni protagonisti di gare strabilianti. Ha aperto un fronte?

«Spero di sì, è esattamente quel che cerco di dire e se qualcuno ha visto la strada libera dopo che ci sono passato io ne sono felice. C’è chi tra le nuove leve fa le esultanze mie: ne sono orgoglioso. È l’entusiasmo che voglio trasmettere. È un messaggio: da ogni singolo può iniziare una rivoluzione. Io mi sentivo dire che l’atletica ha bisogno di maturità ed è vero, ma non esiste una data precisa in cui riscattarla».

Questa atletica è già diversa da quella di Jacobs e Tamberi che hanno scosso il movimento?

«È in divenire e i ragazzi piccoli devono fare il proprio percorso. Servono competenze per sostenerli: se ci sono performance da applaudire non ci aspettiamo che tra cinque o sei anni possano fare due volte meglio. Conta la costanza nel tempo».

Nel mezzo c’è la sua generazione. Lei, Iapichino, nei salti, Fabbri, nel peso, con qualche anno in più…

«Il materiale di madre natura c’è. Va sfruttato e spero che sia maneggiato con cura».

Un errore da non fare?

«L’errore starebbe nel non rispettare le caratteristiche e i tempi di ognuno. Il talento va lavorato».

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