Risposte lunari, negazioni della realtà, elogi a sé stesso. E una minaccia per i futuri datori di lavoro: «anche in futuro prenderò le decisioni che ritengo giuste senza calcolo di interesse»

L’intervista di Thiago Motta è la prosecuzione delle sue conferenze: un inno all’incomunicabilità di Antonioni
La vita è anche una questione di tempi. Se fosse stato esonerato negli anni Sessanta, Thiago Motta avrebbe avuto un futuro assicurato nel cinema. Michelangelo Antonioni, maestro dell’incomunicabilità, lo avrebbe certamente scritturato per uno dei suoi capolavori. Con buona pace del perfido Dino Risi che fece dire a Gassman ne “Il sorpasso”: «L’hai visto “L’eclisse”? Io ci ho dormito, bella pennichella. Bel regista Antonioni».
L’intervista di Thiago al Corsera – a firma Walter Veltroni – ci è parsa la naturale prosecuzione delle sue lunari conferenze stampa. Un concentrato di nulla. In cui ha confermato non solo la sua totale assenza di empatia ma soprattutto quella che sembra essere una cronica carenza di rendersi conto del contesto che lo circonda. Zero percezione sia dell’ambiente circostante sia delle conseguenze provocate dalle sue decisioni.
Ci è parsa un’intervista per lui sbagliata da tanti punti di vista. Innanzitutto dal punto di vista comunicativo. Parlare ad appena due settimane dall’esonero, non ci è sembrata una grande idea. Anche perché nel frattempo la Juventus una partita ha giocato e l’ha pure vinta. Francamente in giro non avevamo percepito tutta questa attesa di ascoltare la sua versione dei fatti. Ma comprendiamo che il tecnico non se ne sia reso conto.
Quel che traspare dall’intervista è che non ha minimamente compreso i motivi dell’esonero. Come se stesse parlando di una decisione lunare e improvvisa. Nella conversazione non c’è nulla che illumini. Non c’è uno squarcio. Un’intuizione. Una battuta. Un’indiscrezione. Zero. Nulla che offra una visione diversa da quella fin qui esposta dal tecnico che mostrava fino alla noia una realtà che solo lui vedeva.
Al Corsera ha offerto le stesse risposte che dopo mesi avevano reso le sue conferenze un mix tra il teatro dell’assurdo di Ionesco e il nulla assoluto. Raramente conferenze sono state più inutili di quelle di Thiago alla Juventus. Seguivano davvero il modello Antonioni, degno della scena finale di Blow-up.
Thiago Motta e i continui elogi a sé stesso
Ha ripetuto lo schema con Walter Veltroni. Possiamo offrire qualche esempio.
Ha chiesto Veltroni: ha mai avuto la sensazione di essere tradito dalla sua squadra? «No, mai. Io sono una persona nitida, sono molto onesto e molto diretto con i miei giocatori».
Esempio numero due. È vero che lei ha un cattivo carattere? «No, anzi. Sono una persona onesta, diretta, mi piace dire le cose davanti, non creare sotterfugi, intrighi o pettegolezzi».
Continui complimenti a sé stesso. Come quando disse: «per i miei figli vorrei un allenatore come me».
Esempio numero tre. È vero che non aveva un rapporto di empatia con i giocatori, anzi li aveva contro?
«Queste sono le cose che mi danno fastidio, perché mi possono criticare come allenatore per le mie scelte e questo ovviamente l’accetto. Ma chi dice che io avevo lo spogliatoio contro è un bugiardo. Sono cose inaccettabili, non è vero».
L’unica risposta in cui ci ha convinto (ma non ci voleva tanto) è quella in cui ha negato la veridicità della frase pronunciata da Giuntoli: «Mi sono vergognato di averti scelto». Che a noi andreottiani (nel senso che siamo tra quelli che preferiscono pensare male per avvicinarsi alla verità) è parso un disperato tentativo del direttore sportivo di scindere il proprio destino da quello – fallimentare – dell’allenatore.
La minaccia ai futuri datori di lavoro
Infine, l’ultima risposta che è suonata ahilui come una minaccia per i suoi futuri datori di lavoro (i masochisti nel calcio abbondano: più hanno i soldi, più hanno voglia di soffrire).
La domanda è stata: in questa esperienza si è mai sentito solo? «No, perché so benissimo che in questo lavoro le vittorie sono di tutti e le sconfitte dell’allenatore. Ma so anche bene che non si deve cambiare rotta: anche in futuro prenderò le decisioni che ritengo giuste senza nessun calcolo di interesse. Se vanno bene sarò felice per tutti e se vanno male mi assumerò le mie responsabilità come sempre e come ho fatto con la Juventus».
E qua ci è sembrato quasi di ascoltare John Elkann canticchiare “Bella senz’anima” di Cocciante: “Avanti il prossimo, gli lascio il posto mio”.