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Giuntoli alla Juventus, ovvero se il direttore della Coca Cola si accordasse con la Pepsi

I manager apicali delle aziende primarie sottoscrivono di norma un patto di non concorrenza. La Juve lo ha chiamato per applicare il modello Napoli

Giuntoli alla Juventus, ovvero se il direttore della Coca Cola si accordasse con la Pepsi
Foto Hermann

Giuntoli alla Juve, ormai una competitor del Napoli sul mercato, porterà con sé un data-base poliennale d’osservazioni di mercato ch’è un patrimonio dell’azienda, non suo personale.

Se il direttore commerciale della Coca-Cola, ancora sotto contratto per un anno, prendesse accordi – peraltro, evidentemente sottobanco – con la sua competitor sul mercato, ossia la Pepsi-Cola, e poi chiedesse di essere graziosamente liberato in anticipo riceverebbe una risposta di stupita ilarità. Quel direttore infatti conosce della Coke tutte le strategie commerciali (le reti di vendita, i piani di espansione sui vari mercati) nonché quelle di marketing; inevitabilmente, anche ipotizzando la massima correttezza, egli porterebbe con sé dal concorrente diretto alcune conoscenze, piani, segreti e acquisizioni che non derivano (se non in parte) dal merito del manager stesso bensì sono frutto di un’intera struttura societaria, della dirigenza strategica e dei relativi investimenti. Sono quindi un patrimonio aziendale e non personale.

Esattamente per questo motivo – anche se i giornalisti sportivi sembrano ignorarlo – i manager apicali delle aziende primarie sottoscrivono di norma con esse un patto di non concorrenza contestualmente alla loro assunzione. Nel patto citato s’impegnano a non “passare al nemico” ossia a non trasferirsi ai principali competitor di mercato non appena sia terminato il rapporto lavorativo in questione e ancora per un certo numero di anni; vieppiù a non farlo in anticipo sulla scadenza contrattuale prevista.

È proprio questo il caso di Giuntoli alla Juventus, essendo ormai quest’ultima una concorrente del Napoli sul mercato da quando ha deciso – o è stata costretta dalle circostanze a decidere – di rifondare la squadra secondo il (virtuoso) “modello Napoli” basato su acquisizioni intelligenti low cost e con ingaggi contenuti invece d’assumere giocatori noti e già affermati con salari altissimi. Un modello, si badi, non importato a Napoli da Giuntoli bensì deciso come strategia aziendale fondamentale da De Laurentiis, che selezionò Giuntoli proprio in quanto s’era dimostrato a Carpi un esecutore adatto a interpretarlo.

La Juventus di qualche anno fa, quella dei grandi colpi e delle (talvolta presunte) star strapagate – che quindi conduceva un mercato di tutt’altro tipo rispetto al Napoli – non sarebbe mai stata interessata a Giuntoli. Lo è adesso proprio perché ha dovuto mutare strategia divenendo, di fatto, competitor di mercato del Napoli, interessata cioè alla sua stessa tipologia di calciatori (a prescindere dalle contingenti necessità di ciascuna rosa).

E i nomi circolanti sui giornali, prendendone uno a caso come Parisi, non fanno che confermarlo. Se la Juventus cercasse ancora i Di Maria e i Pogba (o i Vlahovic a 81,6 milioni complessivi) non farebbe concorrenza di mercato al Napoli, e però non sarebbe certo interessata a Giuntoli.

Il problema, a questo punto, è che i calciatori potenzialmente acquistabili, in quanto rientranti nella tipologia sopra delineata, vengono seguiti per anni da Micheli e Mantovani e da tutto il loro staff. Su moltissimi nomi attenzionati c’è un patrimonio di conoscenze, elaborazioni e rapporti, svolto in un ampio lasso di tempo. Questo è un patrimonio societario del Napoli, non di Giuntoli.

Pur volendo supporre che, per correttezza, il ds non porti alla Continassa tutto il data-base e la corposa documentazione in questione, di cui certamente ha copia, è però certo che egli ne conosca perfettamente il contenuto, con tutte le relative considerazioni. Se egli curasse il mercato juventino per questa stagione (incluso gennaio) inevitabilmente sfrutterebbe a favore della nuova squadra tutto quel patrimonio di osservazioni e dati, che pure non è suo ma del Napoli. Farebbe concorrenza al Napoli sul mercato – cercando i medesimi giocatori, almeno per tipologia – e lo farebbe, ripeto inevitabilmente, usando a proprio vantaggio il patrimonio aziendale accumulato dal Napoli negli ultimi anni.

Nessun problema vi sarebbe stato se Giuntoli avesse chiesto, anche sollecitando una dovuta riconoscenza, d’essere liberato per assumere la carica di direttore sportivo in una squadra estera, magari con ben altro budget, o viceversa d’una squadra italiana ma di fascia decisamente diversa. Nulla quaestio se egli volesse andare, anche immediatamente, per esempio al Chelsea o all’Empoli; ma alla Juve da ricostruire secondo il “modello Napoli” è tutt’altra cosa.

Questa vicenda – del tutto impensabile nella comune imprenditoria che prevede per prassi i patti di non concorrenza per i top manager – lascia l’amaro di un accordo preso con un competitor di mercato in modo scorretto (non solo moralmente) in quanto maturato nel corso di validità d’un contratto col Napoli che, si badi, non prevede clausole rescissorie. Un accordo (verbale) cui ha fatto seguito, sembra, un volontario abbandono della posizione, assai prima di asseriti demansionamenti da parte di DeLa, subito dopo la partita con la Fiorentina.

Infine, spiace doverlo rilevare, Giuntoli ha stretto tale accordo con una Società, la Juventus, ben consapevole della menzionata scorrettezza ma che nondimeno ha opposto un rifiuto fino all’ultimo ostinato a esporsi trattando la questione direttamente con la dirigenza dell’altra Società, il Napoli, cui avrebbe dovuto quanto meno porgere un ringraziamento. Ma tale supponenza, forse per il suo essere storicamente abituale, viene purtroppo considerata perfino normale dai commentatori.

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